Inclusione: insieme, diamo un calcio alla discriminazione!

Cosa succede quando i Campioni di calcio diventano anche Campioni d’inclusione? La Sede di Dakar dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) lancia una nuova iniziativa di sensibilizzazione sui diritti delle persone disabili.

Dopo la mostra fotografica realizzata lo scorso 8 giugno in collaborazione con il fotografo Alun Be sul tema dell’inclusione sociale delle persone vulnerabili e il progetto di street art realizzato con alcuni artisti senegalesi, la Sede AICS di Dakar continua la sensibilizzazione sui diritti delle persone disabili attraverso il calcio quale mezzo di comunicazione per eccellenza, nonché da sempre sport imperante nel Paese. Non a caso il Senegal ha vinto, proprio lo scorso 6 febbraio 2022, la Coppa d’Africa.

Nasce così un’altra iniziativa della Cooperazione Italiana che grazie allo sport vuole promuovere un cambio di abitudini per quanto riguarda stigmi e stereotipi legati alla disabilità.

A lanciare il progetto un video che vede protagonisti i professionisti del calcio internazionale e senegalese, realizzato in collaborazione con la Federazione Senegalese Calcio. E’ cosi che i campioni di calcio diventano anche campioni d’inclusione. Da Kalidou Koulibaly a Edouard Mendy, i calciatori prestano volto e immagine per rendersi diretti protagonisti di un messaggio volto a sensibilizzare il grande pubblico sull’importanza dell’inclusione sociale delle persone disabili. Insieme, diamo un calcio alla discriminazione: è il motto scandito a grande voce dai Leoni della Teranga.

Sono più di un miliardo le persone disabili nel mondo, circa il 15% della popolazione mondiale, secondo le recenti stime dell’OMS. Un numero che chiaramente non può essere ignorato. Queste cifre richiedono a vari livelli una riflessione condivisa finalizzata alla costruzione di una società più equa nella quale nessuno si senta escluso e le differenze diventino fonte di apprendimento comune.

Insieme, diamo un calcio alla discriminazione. E’ anche il motto della partita a favore dei diritti delle persone con disabilità che vedrà in campo il prossimo sabato 14 maggio l’Associazione Italiana Calciatori (AIC) assieme ai bambini e agli insegnanti delle scuole inclusive di Dakar.

L’evento sarà preceduto da una formazione sul calcio scolastico dal 9 al 13 maggio realizzata dai tecnici dell’associazione nell’ambito del Progetto PERSEI “Per un Sistema Educativo Inclusivo”. L’AIC ha messo a punto un «modello formativo» basato sulla centralità del bambino/a e non sulla sua performance sportiva in cui lo sport è uno strumento educativo a tutela dei diritti e occasione di integrazione e inclusione scolastica.

Lo sport offre uno spazio relazionale privilegiato diventando un mezzo di promozione individuale, d’inclusione sociale e professionale favorendo la salute e l’autonomia delle persone disabili. Nell’attività sportiva, viene stimolata la crescita personale e l’autostima attraverso il gruppo, il senso di appartenenza, il confronto con gli altri e la condivisione delle emozioni.

Insieme, diamo un calcio alla discriminazione, continua ad essere l’impegno della Cooperazione italiana nelle politiche di sviluppo in Senegal incentrate nella promozione di sistemi educativi e sociali inclusivi che tengano in conto vari fattori di esclusione e inuguaglianza delle persone più vulnerabili.

A cura di Valentina Baraldi
Responsabile settore educazione
AICS Dakar

All’inaugurazione di Macfrut Aics ricorda il ruolo prioritario dell’Africa per la cooperazione

“L’Africa è un continente prioritario per la cooperazione italiana, dove abbiamo nove delle nostre sedi estere e dove finanziamo gran parte dei nostri oltre 1000 progetti in corso. In questo continente, e non solo, il settore dello sviluppo agricolo gioca un ruolo assolutamente fondamentale”. Così è intervenuto Luca Maestripieri, direttore dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in occasione dell’inaugurazione di Macfrut, il salone internazionale dell’ortofrutta che si svolge dal 4 al 6 maggio a Rimini.

Lo sviluppo dell’Africa “passa attraverso l’incremento di una produzione agricola sostenibile, il miglioramento delle tecniche di produzione, il trasferimento di capacità e tecnologie a favore delle comunità degli agricoltori locali e la soluzione di alcuni nodi, come ad esempio il miglioramento della catena del freddo, per cui Aics già finanzia vari progetti e a cui Macfrut dedica in questa un focus particolare” ha spiegato il direttore.

Aics è stata tradizionalmente presente anche negli scorsi anni alla fiera ortofrutticola, ma è particolarmente lieta di partecipare a un’edizione così legata all’Africa sub-sahariana, ha aggiunto Maestripieri. L’agenzia in questi tre giorni sarà presente all’interno degli “Africa Days” di Macfrut, un progetto realizzato in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, l’Agenzia Italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), Ita - Ufficio Commercio estero, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido) e in partnership con Confindustria Assafrica & Mediterraneo.

Gli “Africa Days” dedicheranno domani una giornata ai progetti realizzati in Africa da Aics con un worskhop che vuole essere una sorta di “vetrina” delle migliori pratiche finanziate dall’Agenzia in diversi Paesi africani “sia attraverso iniziative in loco delle nostre sedi che attraverso il nostro Bando Profit” ha illustrato Maestripieri. Nel workshop Aics un particolare focus verrà dedicato a Kenya, Mozambico e Senegal. Le nutrite delegazioni di 22 imprese provenienti da questi Paesi, saranno ospitate nello stand di Aics, dove avranno modo di presentare le loro realtà e le loro storie di successo, anche grazie alla cooperazione italiana.

La cooperazione italiana in Africa è stata ricordata in apertura della manifestazione anche dalla viceministra del ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Marina Sereni. “L’Africa – ha detto Sereni – occupa una posizione strategica nell’agenda italiana e in quella della cooperazione allo sviluppo italiana nel solco delle storiche relazioni che legano le due sponde del mediterraneo”.  Sereni ha ricordato l’impegno profuso per rendere l'agricoltura e l'agrobusiness africani “più efficienti e sostenibili sul piano ambientale” e ha sottolineato che il coinvolgimento del mondo profit “può diventare sempre più complementare a quello del non profit e a quello pubblico, con un effetto leva sull’ aumento delle risorse disponibili. Questo è l'impianto che aveva già immaginato la nostra legge 125 sulla cooperazione allo sviluppo, nel 2014”. La vice ministra si è poi augurata che “l'organizzazione degli Africa Days offra l'opportunità per instaurare nuove sinergie virtuose nel settore agroalimentare ed elaborare soluzioni concrete per la modernizzazione qualitativa dei sistemi produttivi africani a partire da uno scambio mutuamente vantaggioso di buone pratiche e dall'integrazione delle nostre filiere”.

Il nodo strategico del rapporto con l’Africa è stato rimarcato anche da Maurizio Martina, vice direttore della Fao. “Sono felice che questa fiera rafforzi questo sforzo di cooperazione e partenariato con i Paesi africani. Il messaggio è fare insieme e l’importante farlo adesso partendo da temi concreti, come la catena del freddo”, ha detto.

L’Africa non è il solo il continente che la cooperazione italiana ha portato a Macfrut. Maestripieri ha ricordato anche la partecipazione di due sedi Aics dell’America Latina: Cuba e Colombia. Per Cuba, che ha già preso parte con risultati interessanti all’edizione di Macfrut 2021, saranno presenti 12 rappresentanti di imprese dei diversi comparti dell’agroindustria cubana in un’aerea espositiva dedicata alle eccellenze ed ai prodotti del Paese. La Colombia, dove Aics ha di recente aperto una sede, presenterà Insieme all'Istituto Italo Latino americano un progetto sostenuto dall’agenzia in campo agricolo.

Il direttore di Aics ha concluso il proprio intervento menzionando “la fruttuosa collaborazione che stiamo inaugurando con l’Agenzia Ice, specialmente in America Latina, ma non solo, grazie all’Accordo Quadro recentemente firmato dalle nostre Agenzie, con il patrocinio dei rispettivi vertici politici del ministero degli Esteri”. La partecipazione di Aics alla fiera, insieme ad Ice, “conferma che gli spazi di sinergia tra il coinvolgimento del settore privato in iniziative di cooperazione allo sviluppo ed internazionalizzazione delle imprese italiane, sono molti e dovranno essere ulteriormente approfonditi, di comune intesa, in termini di strumenti e risorse, nell’interesse del sistema Italia, come pure dei nostri Paesi partner”.




Il ruolo delle imprese e le esperienze di Aics al centro della seconda giornata di Macfrut

L'importanza dell'impresa nella cooperazione italiana e nell’agribusiness in particolare è stato il tema al centro del workshop organizzato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo durante la seconda giornata di Macfrut, la fiera internazionale dell’ortofrutta in corso a Rimini. All’apertura della sessione, nell’ambito degli Africa Days, ha voluto essere presente e portare i propri saluti anche il presidente di Macfrut Renzo Piraccini che ha parlato dell’Africa come “il continente delle opportunità” per le imprese italiane. Un continente che però deve essere conosciuto grazie a un lavoro di una squadra di cui anche Aics fa parte.

Mario Beccia, titolare della neonata sede Aics di Bogotà, in Colombia, da moderatore ha ricordato la presenza dell’Agenzia a Macfrut “con una rassegna dedicata alle migliori pratiche di progetti finanziati nei Paesi africani e con uno ampio spazio espositivo dedicato a Senegal Kenya e Mozambico”. La partecipazione di Aics, ha aggiunto Beccia, “va nella direzione del rafforzamento della collaborazione con Ice Agenzia in spazi di reciproco interesse come voluto dal recente accordo Quadro, firmato tra Aics e Ice, con il patrocino dei rispettivi vertici politici del ministero degli Affari Esteri”. Per questo motivo, insieme a Beccia hanno contribuito alla moderazione, tirando le fila degli interventi, Letizia Pizzi, direttrice generale di Confindustria Assafrica & Mediterrane, e Tatiana Marzi, dell’ufficio servizi formativi per l’Agenzia Ice.

Momento centrale della prima parte del workshop, Grazia Sgarra, dirigente Ufficio VII dell’Aics - Soggetti di cooperazione, partenariati e finanza per lo sviluppo, ha illustrato la visione dell’Agenzia per quanto riguarda il settore profit e gli strumenti già in campo. “Tutte le imprese sono importanti per la cooperazione italiana, indipendentemente dalla grandezza e dal settore” ha rimarcato Sgarra. “Ciò che più interessa alla cooperazione e al sistema della cooperazione italiana, in modo particolare all'Agenzia, è che queste imprese siano appunto strumento e veicolo di sviluppo nelle comunità locali, ossia nei Paesi partner della cooperazione, contribuendo al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibili dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite”.

Il messaggio che la dirigente Aics ha lanciato alle aziende del nostro Paese è che l’Agenzia non le lascerà sole, anzi. “Con il bando profit l’Aics promuove un modello di business innovativo, sostenibile e inclusivo (Isi)” ha spiegato Sgarra. “L’idea di business deve essere innovativa, sostenibile dal punto di vista economico, quindi generare profitti per l'impresa nel medio lungo periodo e deve essere anche sostenibile dal punto di vista sociale, quindi deve in qualche modo contribuire a migliorare la qualità di vita delle comunità locali e ambientali” ha aggiunto. “Crediamo che questo modello di business, rappresenta il futuro per la crescita delle imprese italiane”.

Sgarra ha ricordato che il prossimo Bando profit verrà pubblicato nei primi mesi del prossimo anno e ha poi presentato il primo di cinque video che, dal sito di Aics, comunicheranno alle imprese le opportunità, gli strumenti e le modalità degli investimenti in cooperazione.

A portare l’esperienza con la cooperazione delle loro aziende, vincitrici del bando profit dell’Aics, sono intervenuti Carlo Calabria, manager per l’Africa e il Medio Oriente della multinazionale dell’irrigazione Irritec, e Matteo Matteini, Ceo della startup Mobique, che si occupa di fornire una “fabbrica mobile” a comunità resilienti.

Dall’altra parte hanno testimoniato il loro lavoro sul campo e parlato delle opportunità offerte dalla cooperazione le tre sedi africane dell’Aics presenti a Macfrut: Kenya, Senegal e Mozambico. Giovanni Grandi, titolare della sede Aics di Nairobi, in Kenya, ha detto, tramite video, che Macfrut “rappresenta un acceleratore di business per le imprese africane e un'opportunità unica per i nostri partner, imprenditori e amici kenioti di connettersi e interagire con le migliori aziende italiane e investitori nei settori italiani di eccellenza” soprattutto nel settore agroalimentare.

Silvia Bergamasco, coordinatrice del settore sviluppo rurale per la sede Aics del Senegal, ha parlato dei programmi in corso nel Paese, come il progetto "Piesan" che interviene sia dal punto di vista prodittivo ed economic0 che sul piano ambientale con operazioni contro la deforestazione e per la conservazione del suolo. Il progetto dispone anche di un fondo ci microcredito che ha già aiutato 110 piccoli produttori.

Anche in Mozambico l’obiettivo primario dei progetti dell’Aics è il miglioramente della produzione agroalimentare e dell’ortofrutta, come ha raccontato Alberto Giani, team leader per il settore agricolo, sicurezza alimentare e lo sviluppo rurale dell'Aics a Maputo. Qui l'Agenzia sostiene donne imprenditrici e piccoli produttori, in particolare del settore del caffè, in collaborazione anche con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido).

Aics a Macfrut

L'Agenzia sarà a Macfrut con un panel dedicato alla cooperazione nell’agribusiness e la presenza di nutrite delegazioni estere

L’Africa subsahariana sarà protagonista alla 39esima edizione di Macfrut, il salone globale internazionale dell’ortofrutta che si svolgerà a Rimini dal 4 al 6 maggio 2022.

Il settore ortofrutticolo del continente africano sarà al centro di molti eventi durante gli Africa Days, un progetto realizzato in collaborazione con il Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics), Ita - Ufficio Commercio estero, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido) e in partnership con Confindustria Assafrica & Mediterraneo.

Le sedi estere Aics di Nairobi, Dakar e Maputo saranno presenti al salone internazionale dell’ortofrutta con i più emblematici prodotti africani: dai manghi, ai litchi, agli anacardi di Kenya, Mozambico e Senegal. Le sedi Aics saranno affiancate da 19 impresesei dal Kenya, sei dal Senegal e sette dal Mozambico – partner dell’Agenzia in diversi progetti di cooperazione allo sviluppo. La partecipazione a Macfrut rappresenterà un’opportunità unica per gli imprenditori africani di incontrare le eccellenze italiane della filiera, creare network con clienti e investitori internazionali, presentare i propri prodotti nell’ambito di un’importante vetrina, espandere le proprie opportunità di esportazione e accedere a tecnologie migliorate.

Non solo Africa a Macfrut: al salone internazionale dell’ortofrutta parteciperà anche una delegazione cubana grazie al sostegno e all’organizzazione della sede dell’Agenzia nel Paese caraibico e dell’ufficio Ice di L’Avana. Ai tre giorni di fiera saranno presenti dodici rappresentanti di imprese dell’agroindustria locale che con l’occasione esporranno al pubblico diverse varietà di frutta tropicale. Anche la Colombia, dove l’Agenzia ha aperto da poco una nuova sede, parteciperà a Macfrut con uno stand dedicato, in collaborazione con l'Istituto italo-latino americano (Iila). In particolare, il Paese sudamericano presenterà il progetto "Agricoltura e turismo sostenibile per il consolidamento della Pace in Colombia”.

Aics sarà presente a Rimini fin dall’evento inaugurale del 4 maggioFruit & Veg for the development of Africa”, durante il quale i partecipanti discuteranno i sistemi per aumentare la produzione ortofrutticola in modo sostenibile. Dopo i saluti introduttivi della viceministra degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Marina Sereni, interverrà anche il direttore Aics Luca Maestripieri.

Il 5 maggio l’Agenzia avrà un panel dedicato, dal titolo “Agribusiness: investire con la cooperazione italiana negli obiettivi di sviluppo sostenibile”. Introdurrà i lavori Mario Beccia, titolare della sede Aics di Bogotà, in Colombia, per poi passare la parola a Grazia Sgarra, dirigente Aics dell’ufficio VII “Soggetti di cooperazione, partenariati e finanza per lo sviluppo”, che parlerà dell’importanza delle imprese nella cooperazione italiana. Interverranno poi Silvia Bergamasco, coordinatrice del settore sviluppo rurale per la sede di Aics in Senegal, Alberto Giani, team leader per il settore agricolo, sicurezza alimentare e lo sviluppo rurale presso la sede Aics di Maputo, in Mozambico, e in video Giovanni Grandi, titolare della sede Aics a Nairobi in Kenya.

All'Expo Center di Rimini l'Agenzia avrà anche a disposizione un ampio stand aperto a tutti gli attori della cooperazione e alle aziende, in cui presenterà i propri progetti internazionali.


Aics Dakar

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Zeïnab Koumanthio Diallo

Dialoghi di attivismo con Zeïnab Koumanthio Diallo, scrittrice - con più di 10 pubblicazioni al suo attivo - e sociologa guineana. Dopo aver studiato ingegneria rurale e aver ottenuto un master in gestione del patrimonio, ha lavorato come facilitatrice e sociologa nelle zone rurali per ONG e organizzazioni internazionali che si occupano di tematiche relative alla salute, violenza contro le donne e mutilazioni genitali femminili. 

Secondo la signora Diallo, registrare i bambini alla nascita è estremamente importante, non solo per il bambino ma per tutta la società.

La registrazione della nascita è essenziale per garantire il diritto all'identità dei minori e l'accesso ai servizi fondamentali come istruzione e salute, e per proteggerli da violenze, abusi e sfruttamento. Fornisce l'accesso ai documenti d'identità necessari per togliere l'individuo dall'anonimato e dall'invisibilità e offrire la possibilità di lavorare e partecipare attivamente alla vita civile. Secondo l'ultima indagine demografica disponibile (EDS 2018), solo 62% delle nascite di bambini con meno di cinque anni sono state registrate in Guinea.

La signora Diallo ci indica un esempio pratico: nel caso di una ragazza sposata contro la sua volontà, per sapere se si tratta di un matrimonio precoce, è necessario poter controllare il suo certificato di nascita perché i matrimoni prima dei 18 anni non sono più ammessi, in base al nuovo codice civile del 2019. Tuttavia, la Guinea è tra i 15 paesi dell'Africa occidentale con uno dei più alti tassi di matrimoni precoci del mondo. Il matrimonio precoce è una pratica diffusa in tutto il Paese, soprattutto nelle zone rurali. Secondo l’indagine demografica e sulla salute (DHS) del 2018, il 17% delle donne di età compresa tra i 20 e i 24 anni si è sposata prima dei 15 anni e il 46,4% prima dei 18 anni. Anche se il codice penale esprime il divieto formale del matrimonio forzato e del matrimonio tra minori, in assenza del certificato di nascita non è possibile proteggere le ragazze da questa pratica.

Per aumentare il tasso di registrazione delle nascite dei bambini con meno di  cinque anni nelle regioni di Labé e Conakry, AICS ha finanziato il progetto “Diritto al Nome” che ha una componente multilaterale attuata dall'UNICEF (1.600.000 €) e una componente locale attuata dall'ONG LVIA (800.000 €). Gli obiettivi del progetto sono: migliorare l'ambiente favorevole alla fornitura di servizi di registrazione delle nascite a livello nazionale e decentralizzato;  riformare i servizi di registrazione delle nascite per renderli disponibili e funzionali nelle regioni di Labé e Conakry; sensibilizzare le comunità nell’impegno ad un uso efficace dei servizi di registrazione delle nascite nelle regioni coinvolte.

La signora Diallo osserva che se la Guinea non conosce il numero dei suoi abitanti, perché ci sono persone non registrate, il Paese non può nemmeno conoscere l'impatto delle sue politiche pubbliche. I problemi di sviluppo sono soprattutto legati a questo aspetto, dato che senza poter censire la popolazione non è possibile sviluppare politiche efficaci con impatti positivi sulla popolazione, perché quest’ultima rimane sconosciuta. In altre parole, ogni Stato ha bisogno di sapere quante persone vivono sul suo territorio, e quali programmi deve realizzare per rispondere ai loro bisogni.

Le donne hanno un ruolo centrale da svolgere per aumentare il tasso di registrazione dei bambini alla nascita. In un Paese come la Guinea, con alti tassi di emigrazione, ci sono molte donne che si trovano a coprire il ruolo di capofamiglia, perché i loro mariti sono altrove. Culturalmente, le donne pensano che il loro dovere sia quello di badare ai bambini e che la responsabilità della casa rimanga al marito. Il progetto “Diritto al nome” ha organizzato campagne di sensibilizzazione affinché le donne possano svolgere appieno il loro ruolo di capofamiglia, compresa la registrazione dei loro figli. In tal senso, attraverso le campagne organizzate dall'ONG italiana LVIA, più di 2000 donne (in gravidanza e/o già madri) sono state sensibilizzate ad adottare comportamenti positivi per la registrazione della nascita dei loro figli. Grazie a queste attività, le donne sono diventate consapevoli del loro ruolo centrale nella registrazione dei figli. Questo atto è necessario per ottenere servizi essenziali per i loro figli, come vaccinazioni e immunizzazioni gratuite o sovvenzionate, cure presso una struttura sanitaria o un fornitore governativo e l'iscrizione a scuola.

Un'altra azione innovativa e molto efficace, realizzata grazie a questo progetto, è la sensibilizzazione nelle scuole svolta attraverso racconti e spettacoli teatrali. Ovunque ci siano i “cantastorie” è possibile riconciliare scuola e comunità, e perciò le autorità scolastiche hanno chiesto di far proseguire tali attività.

In tre anni (2018-2021), questo progetto ha avuto un impatto positivo sull'aumento del tasso di registrazione delle nascite dei bambini. In particolare, nelle regioni di Conakry e Labé, i bambini hanno beneficiato rispettivamente di 65.756 e 62.982 certificati di nascita durante il corso del progetto. Nella regione di Labé, oltre a tali registrazioni, altri 100.000 bambini senza certificato di nascita sono stati sostenuti per ottenere un documento sostitutivo, dando la priorità ai bambini di età compresa tra 0 e 5 anni e ai bambini che frequentavano la scuola.

A cura di Eugenia Pisani

Mamadou Saliou Camara

Mamadou Saliou Camara, medico generalista guineano, è Presidente del consiglio d’amministrazione dell’ONG FMG (Fraternità Medica di Guinea) e membro attivo della ONG CARP (Collegio degli Attivisti per la Riduzione della Povertà).

Il percorso di attivista del Dott. Mamadou Saliou Camara inizia nella prima metà degli anni ’80, quando frequentava la prestigiosa università Gamal Abdel Nasser. Gli anni ottanta furono per la Guinea un decennio di transizione da un regime totalitario ad un regime di libero mercato e, di conseguenza, la situazione caotica del paese aveva provocato vari stalli sia a livello socio-economico che accademico. Le continue interruzioni nel normale decorso dell’insegnamento spinsero un gruppo di studenti universitari, di cui faceva parte l’ancora giovane Camara, a creare un’associazione con l’obiettivo principale di facilitare lo svolgimento dei corsi e l’assimilazione dei programmi da parte degli studenti, nonostante le difficoltà legate al periodo storico.

Terminati gli studi in medicina, il Dott. Camara decise di proseguire il percorso nel mondo dell’attivismo, creando, negli anni ’90, un’organizzazione non governativa chiamata Fraternità Medica di Guinea (FMG).  L’intento era di offrire, attraverso consigli e cure mediche gratuite, un’assistenza medico-sociale alle fasce più vulnerabili della popolazione.

Da due anni, inoltre, il Dott. Camara lavora attivamente con l’ONG italiana LVIA (Associazione Internazionale Volontari Laici) nell’ambito di un progetto sullo stato civile finanziato da AICS, denominato “Diritto al Nome” e inerente all’iscrizione anagrafica dei bambini.

L'iscrizione di un bambino all’anagrafe è un atto fondamentale, attraverso cui gli viene garantita un'identità legale, la possibilità di espressione ed affermazione sociale, ed è pure un mezzo di protezione. I bambini non registrati all’anagrafe, infatti, sono esposti a molte forme di abusi, senza alcun tipo di tutela.

Il certificato di nascita accompagnerà il bambino per tutta la vita, nel contesto dell’istruzione, della vita professionale, dei viaggi, nel legame matrimoniale, nelle questioni di proprietà ed eredità, fino all'ultimo atto che viene rilasciato, il certificato di morte.

Un bambino che possiede il proprio certificato di nascita è un bambino protetto, viene riconosciuto come cittadino a tutti gli effetti e potrà beneficiare di tutti i diritti che gli spettano.

Nel contesto guineano è importante sottolineare i principali ostacoli, per lo più socio-culturali, legati alla registrazione del bambino all’anagrafe. Lavorando in diverse regioni della Guinea, il Dott. Camara si è reso conto che, a volte, i genitori non sono propensi ad intraprendere le azioni necessarie all’ottenimento del certificato di nascita, perché per loro il nome del bambino è legato ad aspetti sacri e mistici che non si possono violare. Nelle loro credenze, parlare troppo spesso del nome, nominarlo, pubblicarlo nei documenti darebbe la possibilità agli spiriti maligni e alle persone malintenzionate di nuocere al bambino, preferendo così dare un soprannome ai propri figli anzichè chiamarli con il nome di battesimo.

Un altro ostacolo al processo di registrazione è l’inconsapevolezza dei genitori sull’importanza del certificato di nascita nella vita di un individuo, non essendo ben noti i diritti di cui si può beneficiare.

A volte si tratta di una procedura lunga, che puo’ comprendere anche spostamenti su grandi distanze per raggiungere l’ufficio anagrafico di competenza, e cio’ rappresenta un ostacolo da considerare nella fase di attuazione dei progetti.

Altre volte la lentezza burocratica frena l’entusiasmo iniziale della popolazione che partecipa alle campagne di sensibilizzazione. In generale, nel Paese, per il 62% dei bambini/e di meno di 5 anni la nascita è stata registrata e il 51% ha un certificato di nascita. Nelle zone rurali, la percentuale di nascite registrate scende al 54% (dati EDS 2018).

Nella regione di Labé, nell’ambito del progetto “Diritto al nome” , fra i vari interventi sono stati realizzati anche eventi teatrali nelle scuole e campagne di sensibilizzazione coinvolgendo in particolare bambini/e e ragazzi/e. In questo modo èstata spiegata ai diretti interessati  l’importanza del certificato di nascita per il rispetto dei loro diritti e anche per un senso di patriottismo, perché difendendo il loro diritto di voto difendono anche la loro patria. Infatti, con il certificato di nascita si determina quando una persona è maggiorenne e quindi in grado di esercitare il proprio diritto di voto durante le elezioni o referendum, e in extremis, la possibilità di essere eletti a cariche pubbliche mediante votazione.

Il progetto “Diritto al nome”, attraverso le sue iniziative, ha innescato un maggior senso civico nei giovani. Hanno infatti recepito che i loro diritti possono essere calpestati se loro stessi non li tutelano, e che lo Stato deve garantire i diritti inviolabili del cittadino assieme alla richiesta di adempiere ai doveri inderogabili verso gli altri.

Durante numerose campagne di sensibilizzazione e formazione si è messo un accento particolare sul registro elettorale, collegato al registro della popolazione, attraverso cui si è in grado di sapere il numero esatto dei cittadini residenti sul territorio. La prima fonte per il sistema anagrafico è il soggetto stesso, con i suoi spostamenti, con il formare una nuova famiglia, con le nascite e i decessi, tutti eventi che devono essere  tempestivamente registrati dall’anagrafe. Quindi, un registro anagrafico regolarmente aggiornato permette di avere un registro elettorale corretto, che a sua volta consente un processo elettorale ed elezioni trasparenti, l’accettazione dei risultati, una sicurezza socio-politica e, per concludere, una crescita economica del Paese a lungo termine.

Secondo il Dott. Camara, il progetto “Diritto al nome”, approfondendo le conoscenze della collettività, ha avuto un fortissimo impatto sociale poiché si sono riscontrati cambiamenti nei comportamenti.

Le donne hanno avuto e hanno tuttora un ruolo cruciale nella procedura di registrazione dei figli all’anagrafe, perché tutto inizia nella struttura sanitaria in cui nascono. La dichiarazione di nascita viene rilasciata dall’ostetrica o dal medico che hanno assistito al parto, rappresenta una notifica obbligatoria per legge e consente la successiva iscrizione nel registro comunale dello stato civile. In questa fase vengono fornite alla madre tutte le informazioni necessarie per far capire la rilevanza del certificato di nascita, tutti gli atti da avviare per il conseguimento di quest’ultimo e la scadenza legale entro cui bisogna presentare i documenti all’anagrafe. Una donna ben informata a sua volta potrà trasmettere le conoscenze acquisite ad altre donne e le runioni che organizzano nei gruppi di auto-aiuto diventano un mezzo per veicolare le informazioni. Una donna ben informata non solo sarà in grado di divulgare informazioni corrette, ma potrà allo stesso tempo convincere altre donne a cambiare atteggiamento e indurle ad adottare comportamenti socialmente responsabili, inseriti in una prospettiva di salvaguardia della salute e dei diritti della famiglia, come ad esempio le regolari visite prenatali, un parto assistito, la registrazione all’anagrafe dei figli.

Le donne costituiscono un’enorme fonte di idee, proposte e soluzioni alternative per stimolare l’iscrizione anagrafica dei bambini, in quanto esse stesse sono le prime a dover convincere i propri mariti reticenti e quasi sempre sono obbligate ad intraprendere da sole tutte le azioni necessarie per la registrazione, affrontando ostacoli geografici, finanziari e burocratici. Una soluzione innovativa che ha avuto grande successo per agevolare la procedura, e’ stata ad esempio quella di suggerire al personale amministrativo di recarsi regolarmente presso le strutture sanitarie, al fine di facilitare la consegna della dichiarazione di nascita.

La società guineana dovrebbe appoggiare, incentivare e proteggere tutti i movimenti che mirano a stabilire l’uguaglianza politica, economica e sociale tra i sessi, in quanto le donne, a tutte le età e in tutte le comunità, sono state e sono tuttora in vari modi discriminate rispetto agli uomini.

A tal fine è importante porre le donne al centro dei processi decisionali, per promuovere l'adozione da parte delle comunità di comportamenti e pratiche favorevoli allo sviluppo sociale ed economico della collettività.

A cura di Maria Emma Manfrin  e  Myriam Bašić

Eugène Kognyuy

Eugène Kognyuy, ginecologo-ostetrico, è stato, dal 2019 al 2021, il rappresentante residente dell’UNFPA, agenzia principale delle Nazioni Unite per le questioni di salute sessuale e riproduttiva. È stato professore di salute riproduttiva presso l’Università di Liverpool nel Regno Unito, dove ha guidato il team di salute materna, condotto ricerche che hanno avuto un impatto sulla politica nazionale e globale e fornito assistenza tecnica ai governi di diversi paesi in Europa, Medio Oriente, Asia e Africa. Femminista.

Negli ultimi 20 anni, il dott. Kongnyuy ha ricoperto varie posizioni in diversi uffici dell'UNFPA. È stato capo del Reproductive Health Cluster e coordinatore nella Repubblica Democratica del Congo, in Madagascar come Senior Maternal Health Advisor e, ad Haiti ,come Emergency Reproductive Health Coordinator.

Prima di entrare a far parte dell'UNFPA è stato professore di salute riproduttiva presso l’Università di Liverpool nel Regno Unito, dove ha guidato il team di salute materna, condotto ricerche che hanno avuto un impatto sulla politica nazionale e globale e fornito assistenza tecnica ai governi di diversi paesi in Europa, Medio Oriente, Asia e Africa.

Originario del Camerun, il dott. Kongnyuy, è un ginecologo-ostetrico. Racconta con emozione quando da bambino andò in ospedale con la madre e vide una giovane donna che aveva appena partorito. Vide una moltitudine di ostetriche accanto a lei e percepì la gioia della famiglia davanti a una nuova vita. Quando lasciò l’ospedale, disse a sua madre che sarebbe diventato un ostetrico. Questo pensiero l’ha accompagnato fino a quando, diventato medico, decise di specializzarsi in ostetricia e diventare un ginecologo per poter fare qualcosa di concreto per proteggere le donne in un momento così delicato della loro vita.

Ha conseguito un dottorato in medicina presso l'Università di Yaoundé I in Camerun e un dottorato in salute pubblica  presso la Staffordshire University nel Regno Unito. Ha conseguito inoltre un Master of Public Health (MPH) della Hebrew University in Israele e un Master of Business Administration (MBA) della People's University negli USA. Ha al suo attivo più di 90 pubblicazioni scientifiche e cinque libri.

La sua missione in Mali, che ha lasciato nel settembre 2021 per raggiungere lo staff UNFPA in Camerun, è stata quella di raggiungere 3 obiettivi principali: zero morti materne; zero bisogni non soddisfatti in pianificazione familiare; zero VBG e pratiche nefaste.

Obiettivi ambiziosi[1], ma per raggiungerli l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) in sinergia con l’UNFPA ha deciso di fornire assistenza a centri, come One Stop Centre, dove le donne sopravvissute alle violenze possono ricevere assistenza olistica attraverso servizi sanitari, medicali, psicologici, sociali, protettivi e giuridici in completa sicurezza e lontano da occhi discriminatori.

Il dott. Kongnyuy, attraverso la sua struttura, auspica che non vi siano più morti di partorienti, assicurando a ciascuna donna un servizio di qualità, grazie alla formazione del personale e della messa a disposizione di unità di maternità prefabbricate da destinare nelle zone più inaccessibili del paese. AICS ha supportato nel 2020 il reclutamento di 50 ostetriche, che attualmente prestano servizio nella Regione di Mopti, una delle regioni attualmente più toccata dalla crisi, dove i ribelli armati non permettono l’accesso alla popolazione ai servizi di base come le maternità e gli ospedali. Secondo le ultime statistiche[2] disponibili sul Mali, la percentuale di decessi maternali in occasione del parto è di 368 per 100.000 nascite e 34 decessi neonatali per 1000 casi.

In Mali il 39,7% delle ragazze tra i 15 e 19 anni sono sposate e il 39% di loro sono già madri. Il 21% delle ragazze hanno rapporti sessuali prima dei 15 anni e in media una donna maliana partorisce 6 figli durante la sua vita, anche se sono attestati casi di donne che hanno partorito anche dieci figli. Per questo, dice il dott. Kongnyuy, serve fare informazione, far capire la necessità e i vantaggi dell’utilizzo dei contracettivi in ambito di salute materna e infantile, sociale e redditizia. Il Mali è una nazione dove si constata un debole utilizzo dei servizi di pianificazione familiare (10,3% di contraccettivi moderni contro 26% dei bisogni non soddisfatti) a causa di vari fattori, culturali e strutturali e tra i più importanti vi sono le disfunzioni dell'offerta e della distribuzione, la bassa qualità, la disponibilità e accesso ai servizi e ai prodotti, in particolare per gli adolescenti, i giovani e le persone svantaggiate nelle aree rurali.

Il numero medio di figli varia significativamente a seconda anche del luogo di residenza; le donne nelle aree rurali hanno circa due figli in più rispetto alle donne nelle aree urbane e la fertilità varia anche per regione, da 3,6 bambini per donna nella regione di Kidal e 4,8 bambini per donna a Bamako a 7,3 bambini per donna nella regione di Timbuktu. La fertilità è più bassa con l'aumento del livello d'istruzione. Le donne con un'istruzione secondaria o superiore hanno, in media, 4,5 figli rispetto ai 6,8 figli di quelle senza istruzione. La fertilità varia anche in base al tenore di vita della famiglia*. Le donne nel quintile più basso delle famiglie hanno, in media, 7,5 figli contro i 4,6 figli di quelle nel quintile più alto[3]. Per tutti questi motivi, UNFPA mette a disposizione i contracettivi gratuitamente nei luoghi frequentati maggiormente dalle persone, come i saloni delle parrucchiere per le ragazze e in ambienti dove gli uomini si ritrovano a guardare la televisione.

Il dott. Kongnyuy spiega come il “dividendo demografico”, ovvero il processo che spinge il tasso di natalità di una nazione a diminuire, e la parte di lavoratori attivi sul totale della popolazione ad aumentare, può portare allo sviluppo della società e, al contempo, alla pace. Visualizzando schematicamente una società non ancora sviluppata si vedrà una piramide con alla sommità le persone che lavorano e producono e alla base i bambini o le persone improduttive. Al contrario, una società che tenta di svilupparsi positivamente, si può schematicamente disegnare come una piramide capovolta: molte persone lavorano, producono e poche che devono essere nutrite. Per avere questo cambiamento, i demografi parlano di una “transizione demografica”. Tutti i paesi sviluppati, hanno fatto questa transizione. La società deve cercare dei mezzi per cambiare il tasso di fecondità, ovvero ridurre il numero di figli per donna, e questo può permettere di cambiare la struttura della società stessa, che non sarà più piramidale e potrà supportare di permettere a tutti d’accedere all’educazione, alla sanità e all’impiego. Secondo dott. Kongnyuy, i paesi africani non hanno ancora fatto questa transizione, cosa invece avvenuta nei paesi asiatici.

In generale, però, la popolazione maliana non ha accesso a servizi di base come educazione, sanità, giustizia. dott. Kongnyuy vede nel “triplo nexus” la migliore strategia da applicare ad un contesto così depauperato. Bisogna, quindi, intervenire a livello umanitario, a livello di sviluppo e a livello della pace contemporaneamente e bisogna implicare attivamente donne e ragazze.  Bisogna assicurare la pace, la coesione sociale tra differenti etnie, tribù, villaggi per poter assicurare uno sviluppo e un’assistenza ai bisognosi e ai più vulnerabili.

Non bisogna poi dimenticare la situazione delle persone portatrici di handicap, che vivono una condizione di ulteriore vulnerabilità: sono marginalizzate, non hanno accesso ai servizi di base e non hanno accesso al reddito. Il dott. Kongnyuy racconta di una donna che, dopo un parto complicato, ha sviluppato una fistula ostetrica[4]. Questa donna è stata abbandonata dal marito, dalla famiglia, ritrovandosi per strada e accusata di essere lei stessa la causa della  malattia, vista come una punizione divina. A causa della fistula non può lavorare, non può coltivare, è totalmente esclusa e marginalizzata e senza alcun futuro. AICS nella programmazione 2021 ha destinato un finanziamento, sempre a UNFPA a livello regionale (Senegal e Mali), per permettere alle persone portatrici di handicap, soprattutto bambine e bambini, l’accesso alle strutture scolastiche e nello stesso tempo sensibilizzare le persone alla non marginalizzazione.

Il dott. Kongnyuy si dichiara femminista nel senso che in una società giusta e normale le donne dovrebbero poter avere le stesse possibilità degli uomini. In un paese dove le donne sono considerate inferiori o dove non hanno accesso ad alcuni lavori considerati tipici degli uomini, o dove non hanno accesso a posti dirigenziali, si constata che questo paese non è sviluppato. È stato dimostrato che se uomini e donne percepiscono lo stesso stipendio, la donna lo impiega per il bene della famiglia, per l’educazione dei figli e per soddisfare tutti i bisogni di base. Questo concetto è ben sviluppato nel termine “dividendo di uguaglianza[5] e dimostra di come l'empowerment delle donne porti benefici a tutti, non solo alle donne.

A cura di Claudia Berlendis

[1] https://www.unfpa.org/data/ML

[2]https://mali.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/UNFPA%20Mali%20Rapport%20Annuel%202017-2018_landscape.pdf

[3] https://dhsprogram.com/pubs/pdf/SR261/SR261.pdf

[4] La fistola ostetrica è la formazione di una comunicazione anomala (una fistola) tra la vagina e la vescica (fistola vescico-vaginale) o tra la vescica e il retto (fistola vescico-rettale) o tra la vagina e il retto (fistola retto-vaginale).

[5] https://www.unwomen.org/fr/digital-library/publications/2011/12/the-gender-dividend-a-business-case-for-gender-equality

Moctar Mariko

Dialoghi di attivismo con Moctar Mariko, magistrato, attivista e Presidente di AMDH, la prima associazione maliana per i Diritti Umani

Non c’è pace senza giustizia  (Moctar Mariko)

Moctar Mariko è un magistrato e Presidente della prima associazione maliana per i Diritti Umani (AMDH), creata nel 1986 sotto il regime del generale Moussa Traoré (Presidente del Mali tra il 1968 e il 1991).

Al momento della sua creazione, l’associazione si occupava di difendere i diritti dei detenuti, organizzando visite ai carcerati nei commissariati. Oggi l’AMDH, che fa parte della FIDH  e della Commissione africana dei diritti umani, interviene attivamente in difesa di chiunque abbia subito violenza o visto i propri diritti negati. L’associazione si batte contro gli abusi economici e sociali perpetuati dal potere pubblico e che impediscono alle persone di emanciparsi, di vivere e di progredire.

Dal 2012 il contesto maliano è molto cambiato a causa di una ribellione armata, composta da militari appartenenti alla milizia di Gheddafi e che, di ritorno in Mali, attaccarono le tre Regioni nel nord del paese. Durante questa occupazione numerose sono state le violazioni dei diritti umani come il caso del campo militare di Aguelhock dove 153 militari maliani sono stati trucidati dal Gruppo Ganda Iso, figlio del paese in sonrai. Questo caso, grazie all’AMDH, è giunto alla Corte Penale Internazionale affinché giustizia sia fatta.

Moctar Mariko denuncia le molteplici uccisioni e infrazioni a sfondo sessuale compiute in Mali negli ultimi anni: moltissime donne sono state violentate soprattutto nella Regione di Tombouctou. Questi stupri sono la conseguenza, in molti casi, di matrimoni forzati: si decide che una bambina debba essere data in sposa ad un terrorista, ma durante la notte viene violentata da più persone. Si è assistito a stupri collettivi organizzati e a crimini contro l’umanità perpetuati da questi gruppi armati.

L’AMDH ha potuto accompagnare 120 donne nel processo di denuncia di stupro. Sfortunatamente, questi dossier fanno fatica ad avanzare, in un paese, come il Mali, dove la lotta all’impunità è ancora una battaglia ardua e difficile a causa delle molte implicazioni politiche.

L’AMDH ha inoltre supportato lo stato maliano a citare in giudizio presso la Corte Penale Internazionale, Al Hassan Ag Abdoul Aziz Ag Mohamed Ag Mahmoud, per i crimini commessi al nord circa la distruzione di mausolei e per aver partecipato alla politica dei matrimoni forzati delle donne di Tombouctou che ha portato a ripetuti stupri e alla riduzione di donne e ragazze a schiave sessuali. La CPI ha condannato Ahmad Al Faqi Al Mahdi a nove anni di reclusione in quanto coautore di crimini di guerra.

L’associazione ha citato in giudizio anche Mahamat Aliou Touré, ex capo della polizia islamica a Bamako per la ripetizione della violazione dei diritti umani. Soprannominato il “tagliatore di mani”, durante l’occupazione della città di Gao, nel 2012, Mahamat era l’addetto al taglio di mani e piedi dei presunti ladri e alle fustigazioni pubbliche delle donne che non portavano il velo.  Mariko, avvocato delle vittime, ha fatto condannare Touré a dieci anni di prigione.

Il Mali è un paese dove tradizionalmente tutto si regola nel vestibolo di casa, o sotto i grandi manghi o i baobab. Ma come è possibile, si chiede  il magistrato, che qualcuno che ha visto la propria figlia o moglie stuprata possa sedersi attorno alla stessa tavola del colpevole e perdonarlo, senza aver visto alcun sentimento di pentimento? Non si può avere la pace senza la giustizia, per questo diventa necessario un cambio di politica che renda effettiva e concreta questa giustizia.

Moctar Mariko resta comunque ottimista ed in quest’ottica l’AMDH, con il supporto di altri partner internazionali, ha organizzato diverse formazioni a magistrati per rafforzare le loro competenze e contribuire in questo modo ad un cambio di direzione.

Un tema ancora delicato resta quello del ruolo dei religiosi e della separazione tra stato e religione. Attualmente si pensa a nuova rifondazione dello stato maliano basato sul un concetto di  laicità che trova fondamento anche nella tradizione del paese. Il Mali è infatti da sempre un mix di popolazioni unite pacificamente attraverso alleanze matrimoniali, ma per migliorare la coesione sociale il grande cambiamento, secondo il magistrato, è fondamentale educare le nuove generazioni.

In Mali, AICS interviene da alcuni anni con programmi di emergenza nelle zone più toccate dalla crisi, fornendo una risposta rapida ed efficace, in grado migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e di rafforzare la resilienza delle vittime delle crisi umanitarie. Al centro dell’azione di AICS in Mali, i bisogni reali delle popolazioni colpite dalle crisi e le istanze provenienti dalla società civile e dalle istituzioni locali (needs-based approach).

In linea con gli impegni assunti dall’Italia al Vertice Umanitario di Istanbul, l’aiuto umanitario italiano si concentra su priorità quali la protezione degli sfollati, richiedenti asilo, rifugiati/e, il sostegno alle comunità ospitanti, con specifico riferimento al rafforzamento della resilienza; l’accesso ai servizi essenziali delle popolazioni civili in situazioni di conflitto e post-conflitto, con particolare riferimento a donne, ragazze, minori; l’inclusione delle persone con disabilità e delle tematiche di genere nell’aiuto umanitario; la violenza sessuale e di genere nelle situazioni di conflitto e la prevenzione e la riduzione del rischio da disastri.

In conclusione, citando ancora Mariko, bisogna valorizzare gli aspetti positivi di un paese, come  il Mali, che si basava sul rispetto reciproco, il dialogo, l’accoglienza, le grandi tradizioni e la cultura millenaria, senza però dimenticare che, senza una reale applicazione della giustizia o avendo casi di impunità si potrà mai riavere la pace e la coesione sociale tra la popolazione.

A cura di Claudia Berlendis

Djeneba Mariko Diop

Dialoghi di attivismo con Djeneba Mariko Diop, giurista e Presidentessa dell’Associazione per la Protezione e la Promozione dei Diritti delle Donne e dei Bambini (APRODEFE), femminista.

Da alcuni anni, Djeneba Mariko Diop, Presidentessa dell’Associazione per la Protezione e la Promozione dei Diritti delle Donne e dei Bambini (APRODEFE), si batte in Mali in difesa dei più vulnerabili contro lo sfruttamento minorile, in particolare quello delle bambine che lavorano come collaboratrici domestiche, sia sui siti di estrazione aurifera che in ambito urbano e rurale.

Nel giugno 2011, il governo del Mali ha adottato un piano d'azione nazionale per l'eliminazione del lavoro minorile e questo costituisce una tappa importante di cambiamento, ma la sua attuazione è stata ritardata e poche le azioni concrete.  Ai sensi della normativa sul lavoro in Mali, i bambini non possono essere impiegati in alcuna impresa, neppure come apprendisti, prima dei quattordici anni, salvo deroga scritta emessa con decreto del Ministro del lavoro, tenuto conto delle circostanze e dei compiti locali. Con poche eccezioni, una legge sulla protezione dell'infanzia fissa l'età minima per l'ammissione al lavoro a 15 anni. Tuttavia, consente ai bambini di età compresa tra 12 e 14 anni di svolgere lavori domestici leggeri o di natura stagionale e limita il loro numero di ore lavorative, ovvero, è proibito che un bambino lavori per più di otto ore al giorno e le ragazze tra i 6 e i 18 anni non possono lavorare più di sei. Tuttavia la legge non soddisfa gli standard minimi internazionali sulla proibizione del lavoro forzato, dell'impiego di bambini in attività illecite e del reclutamento militare da parte di gruppi armati non statali.  In tal senso, le miniere artigianali non sono soggette a regolari ispezioni del lavoro e il divieto del lavoro minorile non è applicato.  Secondo la legge maliana e internazionale, il lavoro pericoloso, che include il lavoro nelle miniere e con il mercurio, è vietato ai minori di 18 anni. Ciononostante, secondo l'UNHCR, attualmente sono circa 20.000 i bambini che lavorano in otto siti minerari del paese. Nel settore dell'estrazione artigianale dell’oro, secondo la Confederazione Internazionale dei Sindacati, i bambini lavorano in condizioni estremamente dure e a contatto con il mercurio, sostanza tossica usata per separare l'oro dal minerale. Le bambine sono impiegate ancor più precocemente dei bambini in questo settore e con un carico di lavoro maggiore. Inoltre, più dei ragazzi, sono vittime di violenza, sottopagate o non pagate.  Djeneba Mariko Diop si adopera per proteggere bambine e ragazze, sensibilizzarle sui propri diritti e supportarle nel loro processo di autonomizzazione.

In Mali e in altri cinque paesi della regione (Senegal, Guinea, Guinea Bissau, Gambia e Niger), l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) finanzia il Progetto di sostegno alla protezione dei minori vittime di violazione dei diritti umani  (PAPEV), un programma regionale implementato da OHCHR (United Nations Commissioner for Human Rights). Tra gli obiettivi, sostenere gli Stati membri dell’ECOWAS nello sviluppo di politiche e programmi nazionali che mirano alla protezione dei minori vittime di abuso e sfruttamento e accompagnare l’ECOWAS nello sviluppo di una strategia di promozione e protezione dei diritti dei bambini in linea con gli SDGs (Sustainable Development Goals) e le convenzioni internazionali sulla tematica (CRC, CADBE e CEDAW). Il PAPEV sta realizzando attività di sostegno all’adozione degli strumenti giuridici regionali e internazionali per la protezione dell’infanzia, attività di advocacy per l’accompagnamento alle riforme giuridiche e la realizzazione di campagne di comunicazione nazionali per sensibilizzare le popolazioni sulle riforme legislative in corso.

Djeneba Mariko Diop, giurista di professione, si è dedicata alla vita associativa in difesa dei più vulnerabili. Subito dopo la laurea in diritto, è stata segretaria esecutiva dell’associazione in difesa dei diritti dei bambini con deficit uditivi in ambito scolastico, creando poi l’APRODEFE, l’associazione di cui è Presidentessa. Una scelta che l’ha messa di fronte a non pochi ostacoli in una società conservatrice come quella maliana, dove molti sono gli stereotipi su chi fa dell’attivismo, spesso additato di andare contro la tradizione e la cultura. Inoltre, in Mali, il ruolo della donna, è spesso relegato all’ambito domestico e di cura. Quando una donna mira a ricoprire un ruolo politico attivo nella gestione della comunità, viene molto criticata. Serve dunque eradicare stereotipi, miti e pregiudizi, come Djeneba Mariko Diop tenta di fare quotidianamente, raccontando, ad esempio, il ruolo attivo delle donne nel processo di riconciliazione e pace che in Mali va avanti dal 2012. La giurista è il punto di riferimento della Commissione Verità, Giustizia e Riconciliazione (CVJR) del distretto di Bamako, nelle regioni di Kayes e di Koulikoro, che ha un mandato di difesa dei diritti umani dal 1960.

Il Ministero maliano per la promozione della donna, la famiglia e la protezione dei bambini, attraverso il Comitato nazionale di monitoraggio delle azioni per combattere la tratta, lo sfruttamento e il lavoro minorile (CNS),  il Ministero della Giustizia attraverso i vari tribunali, il Ministero della Sicurezza attraverso la Brigata per la Protezione della Morale e dei Bambini della Polizia Nazionale,  l'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale attraverso il suo servizio sanitario e il Ministero del Lavoro e la Funzione Pubblica attraverso l'Ispettorato del lavoro hanno condiviso la responsabilità dell'applicazione delle leggi sul lavoro minorile. I meccanismi di coordinamento inter-istituzionale restano però inefficaci e complessi e le risorse, le ispezioni e le azioni correttive, insufficienti. A rendere più complessa la situazione è la crisi politica innescata dal colpo di stato nell’agosto 2020, al quale è seguita la nomina di un governo, sciolto nuovamente dopo la destituzione del presidente da parte di militari nel maggio 2021. Accanto alla crisi di governo, lo stesso periodo è stato marcato dalla pandemia di Covid-19.

L’esempio di Djeneba Mariko Diop dimostra di come il cambiamento debba partire dal basso, dalle autorità locali, tradizionali, religiose e non essere imposto dall’alto. Attraverso il supporto all’autonomizzazione delle ragazze e alle OSC locali si potrebbe raggiungere un impatto più efficace di promozione dell’uguaglianza di genere e di difesa dei diritti umani.

A cura di Claudia Berlendis
Coordinatrice PAESE – MALI
AICS Dakar

Abdoulaye Diop

Ginecologo, ostetrico, ecografista e blogger, Abdoulaye Diop è molto attivo e seguito sui social network con una pagina Facebook, un canale YouTube e due blog. Il suo motto è "educare le donne per educare il mondo".

Abdoulaye Diop è un medico impegnato nella promozione del benessere delle donne sia come ginecologo che come blogger. Utilizza attivamente i social network per sensibilizzare su questioni legate alla salute materna e infantile, per fornire semplici informazioni sulle principali patologie che le donne devono affrontare e per combattere pratiche nefaste come le mutilazioni genitali femminili (MGF) e violenze basate sul genere (VBG).

In quanto attivista, i social gli permettono di parlare di argomenti tabù per eradicare falsi miti e, soprattutto, fare informazione. Tra questi l'infertilità, un argomento poco conosciuto e per il quale, in Senegal, non si hanno dati ufficiali. Lo incontriamo nella boutique de Droits nel quartiere Medina, a Dakar. Ci spiega subito che in Senegal, in caso di infertilità nella coppia, sono spesso le donne ad essere accusate di esserne all’origine. Per questo motivo, spesso, vengono isolate dalla famiglia o sono costrette a divorziare o ad accettare delle co-spose.

Riguardo a questo tema, il Dott. Diop cerca di sensibilizzare la comunità su come gli uomini siano coinvolti quanto le donne. La difficoltà maggiore che incontra lavorando su questi aspetti è la resistenza da parte di alcuni uomini che, troppo spesso, rifiutano di sottoporsi ad esami specifici. È importante quindi, secondo lui, dialogare con le coppie per spiegare le cause dell'infertilità e le possibili soluzioni, come per esempio la riproduzione medicalmente assistita (PMA). Tuttavia, secondo il Dottor Diop, oltre ad essere poco conosciuta, la PMA, in Senegal, è effettuata quasi esclusivamente nel settore privato e a prezzi spesso elevati, non accessibile alla maggior parte della popolazione.

Inoltre, il Dottor Diop riceve regolarmente nel suo studio pazienti con patologie conseguenti ad aborti non sicuri (cosciuti anche come aborti clandestini), quali emorragie, dolori e, a volte, sterilità.

Le statistiche, anche se difficili da ottenere, poiché l'aborto è vietato nel paese, stimano che in Senegal nel 2020 siano stati effettuati più di 34.000 aborti non sicuri, a causa dei quali, molte ragazze e donne perdono anche la vita[1]. L’aborto clandestino è tra le principali dieci cause di mortalità di una donna nel primo trimestre di gravidanza.

Per ridurre il tasso di mortalità e morbilità degli aborti, il Dr. Diop suggerisce la necessità di un miglioramento della legge per autorizzare l’aborto medico nei casi di stupro, incesto o nel caso di un feto con una malformazione incompatibile con la vita. Anche se il Senegal ha ratificato il Protocollo di Maputo, l’aborto medico è permesso solo in caso di rischio per la vita della madre, con una procedura molto lunga e complessa che richiede l’autorizzazione di altri due medici, oltre al curante, uno dei quali scelto dal tribunale competente.

Nel quadro del Progetto di Sostegno alla Strategia Nazionale per l’Uguaglianza e l’Equità di genere (PASNEEG), finanziato da AICS, un comitato tecnico è stato istituito dal Ministero senegalese della Giustizia per proporre l’armonizzazione della legislazione nazionale con gli strumenti giuridici internazionali e regionali ratificati dal Senegal. Con il PASNEEG II, AICS sta coordinando un piano di advocacy con altri partner tecnici e finanziari per dare impulso e promuovere la revisione delle leggi discriminatorie (codice di famiglia, codice penale, codice etico) con i parlamentari e il Ministero della Giustizia e per combattere l'impunità nei casi di stupro e pedofilia promuovendo l'applicazione della legge del 10/01/2020.

Un altro grande tabù di cui parla Diop è il piacere femminile. Molte sono le donne che usano degli escamotage (a volte pericolosi per la salute) per aumentare il piacere del loro partner. Queste pratiche fanno parte del concetto senegalese di "diongué", ovvero l’arte della seduzione, che mira soprattutto a soddisfare il proprio marito, includendo, naturalmente, il piacere sessuale. Purtroppo, alcune di queste pratiche sono potenzialmente pericolose e hanno ripercussioni sulla salute delle donne, come l'inserimento di polveri, incensi, creme o piante nell’apparato genitale. L'uso di queste sostanze può portare a infezioni e/o lesioni delle mucose aumentando il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili (come l'HIV) e/o forme tumorali[2].

Il Dottor Diop, proprio per sensibilizzare su questi aspetti e che hanno conseguenze dannose sulla salute delle donne, ha lanciato l'hashtag #LeVaginNestPasUneCuisine (la vagina non é una cucina).

Il progetto "Essere Donna", finanziato da AICS ed implementato da COSPE, mira a migliorare la salute sessuale e riproduttiva delle donne nella regione di Sédhiou in Casamance sostenendole nell'esercizio dei loro diritti. I problemi legati alla salute sessuale e riproduttiva sono numerosi e riguardano la mortalità materna e infantile; le gravidanze precoci indesiderate e la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. Inoltre, ancora purtroppo diffuse pratiche di mutilazioni genitali, matrimoni precoci e violenze. Le donne faticano ancora a decidere del proprio corpo e non hanno, a volte, l'autonomia per gestire le risorse economiche da destinare alla salute. COSPE è impegnata nel supporto a gruppi di donne che si occupano di sensibilizzazione sulle questioni relative al potere decisionale su salute, malattie i rischi di parti in casa, VBG e pratiche dannose su minori.

Si comincia inoltre a parlare di violenza ostetrica. Da un punto di vista culturale e simbolico, il rapporto tra chi assiste e chi è assistito è molto squilibrato. È in questo squilibrio che si stabilisce la violenza. Il Dottor Diop definisce la violenza ostetrica come tutti gli atti, le parole e i comportamenti del personale medico verso le pazienti, durante una consultazione ginecologia e/o che vanno dalla mancanza di rispetto all’abuso vero e proprio, causando un trauma nelle pazienti. Il personale medico e paramedico, conclude Diop, deve essere sensibilizzato perché, il più delle volte, non vi è consapevolezza reale del problema.

A cura di Eugenia Pisani

 

[1] https://www.ndarinfo.com/Avortements-au-Senegal-34-079-cas-recenses-en-2020_a32536.amp.html

[2] Pour plus d’info : https://ikambere.com/images/ressources/livre-pratiques-sx-ikambere.pdf